Non è un buon momento per il mondo delle cooperative: lo scandalo di Mafia Capitale ha messo in luce giri d’affari e attività illecite che nulla hanno a che fare con lo spirito originario che ha animato, soprattutto dopo gli anni ’70, l’ “istituzione cooperativa”. Quello spirito che ha spinto le persone, in ogni ambito della società, a mettersi insieme per promuovere ideali di libertà, giustizia e solidarietà, impegnandosi in un progetto collettivo che prevede nello stesso tempo la condivisione dei benefici e l’assunzione degli oneri.

Scandali come Mafia Capitale fanno doppiamente male perché, oltre a sottrarre al Paese le risorse economiche, rischiano di cancellare anni di grande dinamismo in cui sono state messe in circolo le energie più sane, impegnate al servizio della società. Non si può restare in silenzio di fronte a questo scempio e l’Unione Nazionale Cooperative Italiane vuole ribadire il ruolo fondamentale del modello cooperativo nel nostro Paese, sottraendosi al gioco di chi getta discredito su tutte quelle persone che nelle cooperative hanno investito il loro tempo e le loro idee.

Chi fa parte di questo mondo lo sa benissimo: alla base ci sono i valori della solidarietà e della condivisione, per cui il fine è partecipare con le proprie energie alla crescita della cooperativa stessa. E non riproporre quei meccanismi meramente economici che governano il mondo delle imprese. La cooperativa nasce per creare un legame forte con il proprio territorio, basato su un rapporto di fiducia e coinvolgimento tra proprietà e lavoratore, che si ripercuote in positivo sull’intera collettività. E’ per onorare chi crede in questo modello che l’UNCI ha sempre messo al centro i principi della cooperazione che si rifanno alla dottrina sociale della Chiesa, enunciata nell’Enciclica Rerum Novarum. Quei principi di solidarietà e di giustizia sociale per cui l’uomo è sempre al centro di ogni attività ed è lui che comanda il capitale, non viceversa. Quei valori per cui il lavoratore si sente parte di una realtà, cui contribuisce costantemente grazie ad un legame che va ben oltre quello di “dipendente”.

E non è un caso che Papa Francesco, nell’udienza di sabato scorso di fronte ai lavoratori della Banca di Credito Cooperativo di Roma, ha richiamato proprio questi stessi principi. Parole semplici ma forti quelle pronunciate dal Santo Padre che si è rivolto, come è nel suo stile, direttamente a un pezzo di società, richiamandolo alla sua “missione” originaria. E qual è la “missione specifica” delle cooperative se non quella di “far crescere l’economia dell’onestà, in questo tempo in cui l’aria della corruzione arriva dappertutto”. Per combattere contro quest’aria le cooperative devono tornare a fare le cooperative, liberandosi dall’idea di doversi comportare come un’impresa, perché la cooperativa è qualcos’altro. Nasce come “motore che sviluppa la parte più debole delle comunità locali e della società civile”, proponendo “soluzioni mutualistiche per la gestione dei beni comuni, che non possono diventare proprietà di pochi né oggetto di speculazione”. L’invito del Papa è chiaro: bisogna tornare ad essere protagoniste, “partecipando attivamente alla globalizzazione”, purché “sia globalizzazione della solidarietà”, puntando alla nascita di nuove imprese che diano occupazione ai tanti giovani senza lavoro.

La “sfida più importante” non è quella di diventare “una grande impresa”, ma di “crescere continuando ad essere una vera cooperativa, anzi diventandolo ancora di più”. Di qui il richiamo a “favorire la partecipazione attiva dei soci e quella sussidiarietà” che da alcune cooperative è stata messa in pratica durante i momenti di crisi, riunendo le proprie forze, senza pesare sulle istituzioni e sul Paese. E’ questa la grande forza del movimento cooperativo e l’UNCI ne è consapevole da sempre perché è facendo insieme e facendo per gli altri che si attua quella dottrina sociale tanto cara che punta alla dignità e al valore delle persone.

La ricetta, quindi, per reagire agli scandali giunti agli onori della cronaca è quella di recuperare lo spirito cooperativistico originario, di cui l’UNCI si è sempre fatta portatrice. Ed è la stessa ricetta indicata dal Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, in una recente intervista su Avvenire. Colui che si occupa da tempo del legame tra corruzione e grandi appalti non ha fatto molti giri di parole ed ha messo a nudo il meccanismo alla base delle vicende che hanno coinvolto la Cpl Concordia: “Come è emerso in modo abbastanza chiaro, questi veri e propri colossi che vincono cinquecento o mille appalti non hanno nulla più di cooperativo.” “Nelle intenzioni della Costituzione il mondo cooperativo nasceva come un apporto del lavoro alla proprietà, ma questo è diventato ormai una pia illusione” ha ribadito Cantone. Per rompere quello che è diventato un vero meccanismo di abuso e di potere, bisogna recuperare lo spirito cooperativistico che è stato snaturato rispetto all’idea originaria. E l’idea originaria prevede che non ci sia utile, ma che si contribuisca al volontariato e al Terzo settore.

Non c’è molto altro da aggiungere a quello che dovrebbe essere un memorandum per il presente e, soprattutto, per il futuro del mondo delle cooperative. La questione delle regole è secondaria ad un’assunzione di responsabilità e si pone per quelle situazioni di evidenti storture, dove attraverso affidamenti diretti si accede al sistema degli appalti senza gare. E’ qui che servirebbe un maggiore controllo e una maggiore trasparenza. Ormai è sotto gli occhi di tutti.

G.A.

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